Domenico Cotugno (1736–1822), è nato a Ruvo di Puglia (BA).
Ruvo è un piccolo comune nell’altopiano delle Murgie.
Di umili origini, viene descritto di intelligenza pronta e sveglia. Compie gli studi iniziali nel seminario di Molfetta.
Fu inviato nel 1753 a studiare medicina a Napoli dove nel 1756 consegue la laurea nello Studio di Salerno.
Si dedica subito alla ricerca anatomica e clinica.
Nel 1758 fu associato alla cattedra di “anatomia” (anatomia descrittiva e patologica).
Nel 1761, a 25 anni, fu scelto ad insegnare chirurgia per gli interni dell’ospedale Incurabili. Tali esperienze gli fornirono l’occasione di verificare lo stretto legame tra anatomia e chirurgia.
L’Ospedale di Santa Maria del Popolo degli Incurabili erano il Proto-Ospedale del Regno.
Nel Proto-Ospedale l’attività clinica era sostenuta da un’intensa attività didattico-scientifica con cui si intende sostanzialmente una stretta vicinanza con la “notomia” che fu la sua vera palestra di sperimentazione medico-scientifica.
Nel 1761 descrisse per primo nel “De aquaeductibus auris humanae internae” il nervo naso-palatino, gli acquedotti del vestibolo e della chiocciola dell’orecchio interno, dimostrando inoltre che il labirinto era pieno di liquido e privo di aria.

Ricevette numerose obiezioni in primis quella dei membri dell’Accademia delle Scienze di Bologna, ma ebbe le lodi Antonio Genovesi (1713-1769) per «la bella scoverta degli acquedotti dell’orecchio».
Tuttavia fu la dissertazione “De Ischiade nervosa” edita a Napoli nel 1764 che lo fece conoscere e lo rese celebre.
Quivi Cotugno puntigliosamente sposta dall’articolazione dell’anca al nervo (sciatico) la sintomatologia dolorosa che da lui prende anche il nome di malattia di Cotugno.
Nel 1765 fece un viaggio di studio per l’Italia di circa tre mesi di cui ha lasciato testimonianza nel suo diario “Iter Italicum Patavinum”.
A Padova conobbe il medico forlivese Giovanni Battista Morgagni (1682–1771). Questi insegnava nell’Università di Padova e, quivi, aveva dato alle stampe (1761) il “De sedibus et causis morborum per anatomen indagatis”.
Questo testo è ritenuto essere la nascita della disciplina dell’anatomia patologica.
Rientrato a Napoli di Morgagni scrisse: «Egli è un uomo quanto savio tanto d’ottimo cuore, e sono a lui vivamente obbligato, e lo sarò eternamente per le vere dimostrazioni d’amicizia, e cordialità che mi ha date».
L’anno successivo, nel 1766, appena trentenne ottenne la titolarità della “anatomia” (anatomia descrittiva e patologica), cui, come detto, era solo associato.
Il “De Sedibus” e la conoscenza di Morgagni incisero molto nella sua vita.
Con Cotugno il metodo Morgagnano, probabilmente la prima “Evidence Based Medicine” della Storia della Medicina, approda nella cultura e nell’insegnamento medico del Regno delle due Sicilie.
Queste, quindi, non sono non tanto arretrate quanto, invece, vorrebbe la corrente vulgata risorgimentale.
Da quanto detto chi scrive considera il metodo che Domenico Cotugno introduce nella cultura medica meridionale l’opera più prestigiosa del suo percorso scientifico.
Fu Decano e rettore del Proto-Ospedale di Santa Maria del Popolo degli Incurabili.
Introdusse l’esame di fisica. Stabilisce l’incompatibilità tra la professione del medico e quella del farmacista.
In realtà riprende e forse impone solo quanto già previsto da Federico II degli Hohenstaufen (1194-1250) nelle Costituzioni di Melfi nel (1231-1240).
Domenico Cotugno oltre che anatomista e chirurgo è stato un medico di successo.
Divenne così celebre, autorevole e amato da essere soprannominato l'”Ippocrate napoletano”.
Fa addirittura nascere l’espressione popolare che a Napoli “nessuno poteva morire senza il suo permesso” o che “non si muore se Cotugno non vuole”.
Anche i sovrani Borbone si servono dei suoi “servigi”.
Già nel 1790 sostituisce il medico di corte indisposto, per seguire la famiglia reale a Vienna in occasione delle nozze di Maria Teresa e Maria Luisa Amelia, figlie di Ferdinando di Borbone, rispettivamente con Francesco e Ferdinando, figli di Leopoldo d’Austria.
Non sfuggì ad una sorta di strana regola che vige tuttora in medicina.
L’umile di origini ma famoso nella professione medica sposa bene.
Non proprio giovanissimo, a 58 anni, nel 1794, sposò la dama di corte Ippolita Ruffo vedova del duca di Bagnara da cui, tuttavia non ebbe figli.
Il matrimonio di fatto lo aiuta nei suoi rapporti con la corte ma distrugge quelli con la sua famiglia di origine.
La rivoluzione del 1799 lo trova a Palermo a seguito della corte.
Morì a Napoli il 6 ottobre 1822 di apoplessia cerebrale. Ha 86 anni.
La sua vita fu attraversata da due linee storiche importanti: il 1799 e la Repubblica Napoletana con relativa Restaurazione e il decennio Francese o Murattiano (1808-1815) e la relativa restaurazione.
Non ne fu mai coinvolto. Visse solo per la medicina.

A Napoli esiste tutt’oggi un Ospedale che porta il suo nome: il nome, tuttavia, gli fu conferito da Luciano Armanni.
Fu sepolto nella Chiesa dei Padri della Missione. La Chiesa della Missione ai Vergini (già Chiesa di San Vincenzo de’ Paoli del Complesso Monumentale Vincenziano) viene detta anche Chiesa della Casa della Missione ai Vergini.
Il Complesso venne fortemente danneggiato dai “simpatici” bombardamenti anglo-americani dell’ultimo conflitto mondiale, al di fuori di alcun diritto internazionale tanto evocato ai nostri giorni.
Le spoglie mortali di Domenico Cotugno sono state fortunosamente ritrovate nella Cripta della duchessa di Sant’Elia.

